Le nostre storie 1
LE NOSTRE STORIE
STORIA DI UN RAGAZZO AFGANO
“…forse adesso non ci sarei più…”
Mi chiamo Ali e sono nato nella primavera del 2000 in Afghanistan. Dopo il rapimento di uno dei miei fratelli per mano dei talebani e a causa delle loro frequenti – e insistenti – richieste di arruolarmi con loro, mio padre ha pensato che fosse più sicuro farmi allontanare dall’Afghanistan. Così sono andato via da casa, da solo, i primi di febbraio del 2014, senza aver prima organizzato il viaggio perché sentivo imminente il pericolo dei talebani. Tramite un trafficante che mio padre ha pagato 25.000 afgani (circa 400€), sono riuscito ad arrivare in Iran.
Ho iniziato a fare le pulizie in una fabbrica a Esfahan, ma sono rimasto lì solo quattro mesi perché mi pagavano pochissimo e non c’erano possibilità di aumento. Sono quindi partito alla volta di Teheran per lavorare in una sartoria; anche qui la paga iniziale era misera, ma con il passare del tempo mi hanno aumentato lo stipendio perché ero diventato bravo e veloce. Tutto sommato quel lavoro mi piaceva.
Stare in Iran era come stare in prigione, perché non potevo uscire, la vita era impossibile e avevo paura che mi rimandassero indietro. Durante i dieci mesi di permanenza a Teheran, ho subito molti maltrattamenti da parte degli iraniani, e mi domando ancora come sia possibile che io sia vivo. Quando mi incontravano al parco diventavo la loro palla da calcio; mentre nuotavo al fiume si prendevano gioco di me trascinandomi e sbattendomi tra le loro mani. Una sera, mentre passeggiavo, mi hanno lanciato addosso una tazza di ceramica, colpendomi dietro all’orecchio sinistro. Sono corso all’ospedale per farmi estrarre i frammenti di ceramica e mi hanno dovuto ricucire i diversi tagli. Sono stato molto male per una settimana. Da quel momento, mi è capitato spesso per diversi anni di avere vuoti di memoria e forti mal di testa. E tutto questo odio solo perché sono un afgano e loro iraniani.
Appena ho sentito che l’Europa aveva aperto le frontiere, ho deciso di partire, scappare ancora più lontano: ho attraversato la Turchia – dove ho rischiato di essere colpito dagli spari di turchi e iraniani – e poi, dopo una pericolosa attraversata in mare, ho raggiunto Atene. Dopo due mesi in un centro di accoglienza, sono riuscito a nascondermi clandestinamente sotto un camion e partire su una nave diretta in Italia. Una volta arrivato al porto di Ancona, il camion è ripartito in direzione Modena; dopo tre ore di viaggio, ho approfittato della prima sosta dell’autista per comprare acqua e biscotti al distributore di benzina. I proprietari però mi hanno notato, hanno capito che ero giovane e solo e hanno chiamato la polizia. Dopo tre giorni mi hanno portato nella Comunità Orione 80 a Tabina di Magreta, un centro di accoglienza per minori stranieri non accompagnati.
Ho vissuto in Comunità dal 2016 al 2018; mi hanno aiutato ad imparare l’italiano e a prendere la licenza media. Poi un giorno, quasi per caso, una persona della Fondazione Orione 80 ha partecipato ad un corso amatoriale di sartoria e, sapendo che mi piaceva cucire, mi ha portato con lei. Una volta al corso sono rimasti tutti molto sorpresi: parlavo poco, facevo fatica a farmi capire, ma sapevo già cucire molto bene. La sartoria di Teheran mi aveva messo a dura prova, ma mi aveva lasciato anche qualcosa che qui poteva fiorire.
Avevo quasi 18 anni, non potevo più tornare alle scuole superiori, dovevo rendermi più autonomo a livello lavorativo. Così la responsabile della Comunità mi ha trovato un corso professionalizzante. Imparavo, studiavo e lavoravo … poi, finalmente, il contratto in una ditta di Crevalcore.
Ho vissuto e lavorato a Crevalcore fino al 2022 poi ho raggiunto alcuni amici in Svezia, ma dopo 6 mesi, un po’ per problemi con i documenti e un po’ per lo stile di vita del Paese, ho preferito tornare in Italia, dove mi ero trovato molto bene, molto meglio. Adesso vivo e lavoro a Modena. Sono affezionato alla Comunità Orione 80, per me è stata una seconda casa. La mia casa invece non la vedo da 10 anni.
Ho un permesso di soggiorno per “richiesta asilo” perché la mia vita con i talebani era in pericolo, ma questo documento non mi permette di espatriare fuori dall’Europa. Adesso sto aspettando la cittadinanza che mi permetterà di abbracciare di nuovo la mia famiglia.
Se quel giorno non fossi partito forse oggi non ci sarei più, non sarei qui a raccontare la mia storia: sarei stato ucciso, forse preso e arruolato dai talebani, o scomparso nel nulla come mio fratello; non sarei diventato il giovane uomo che sono, felice di vivere e di vivere qui.